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giovedì, 21 febbraio 2008
paranoico
Ma dai! Wahaha.
Doveva essere un regalo ma alla fine ce lo siamo tenuto.
Divertente ed istruttivo. Ci voleva una lettura leggera per tirarsi su e sdrammatizzare un po'!
Se ho scoperto d'essere paranoica?
Quello lo sapevo già da quando è arrivato a casa il "MatTomo maximo" del Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders: quindi, nessuna sorpresa.
Certo che, questo libriccino, però, è decisamente più maneggevole e scanzonato!

La presentazione

Chi non ha almeno una piccola nevrosi alzi la mano. Forse non avrai patologie complesse come la Sindrome di Capgras (credi che un robot abbia preso il posto di tua madre) o quella di Gerusalemme (sei convinto di essere il nuovo Messia), ma magari hai paura che al tuo risveglio il mondo sia scomparso, e che finito di leggere Il processo di Kafka ti venga a prendere la polizia giudiziaria, o che il tuo cellulare chiami da solo qualcuno di cui stai parlando (male, probabilmente). Se hai uno solo dei disturbi descritti nelle pagine seguenti potrai anche tu affermare con orgoglio: Io sono paranoico! In fondo non c'è niente di male.
Questo libro è la risposta definitiva alla malattia come condizione necessaria all'esistenza della società contemporanea. Più analitico di Elisir, più inquietante di un film di Lynch, Io sono paranoico raccoglie gli squilibri mentali più coreografici e misteriosi che possiate immaginare. Compreso il vostro.


M'è venuto in mente di fare questo post perché l'ho appena inseritio in aNobii, aNobii me l'ha fatto conoscere Elena, mia bibliotecaria di fiducia (clicca sull'immagine dei libri qui sotto per visitare le mie pagine, ancora in costruzione però...)
No, non inserirò tutti i libri della mia libreria: molti libri che ho sono fuori commercio o ne sono così gelosa da non aver voglia di condividere.

 aNobii esiste dall’inizio del 2006 e si presenta come un valido strumento per schedare l’intera biblioteca personale (tipo l’ormai superata Library Thing), gestire liste di desideri, tenere traccia dei prestiti e finanche rivendere o scambiare libri usati. Ma al di là dell’utilità di un simile sistema di catalogazione, il bello di aNobii sta nelle funzionalità sociali.

Si può curiosare nelle librerie degli altri membri, creare collezioni tematiche, seguire le ultime letture degli amici, prendere parte ai gruppi di discussione più vari, recensire, votare, etichettare... Una tendenza, questa di socializzare le passioni, che ormai ha investito anche la musica (si veda  Last.fm, cui le case discografiche Emi, Warner Music, Sony BMG e Universal Music hanno deciso di autorizzare la diffusione in streaming del proprio intero catalogo) o il cinema (I heart movies, per condividere la videoteca personale).

aNobii può dare forte dipendenza e fa venir voglia di leggere di tutto!

P.S. Per chi se lo stesse chiedendo, il nome deriva Anobium punctatum, l’insetto conosciuto anche come bookworm, il “verme dei libri”, espressione usata nei paesi anglosassoni per indicare chi passa molto tempo sui libri... il nostro corrispettivo "topo da biblioteca", chiamato anche Elena.


aNobii


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domenica, 29 luglio 2007
La leggenda dei monti navigantiIl più bel libro letto in amaca durante le mie vacanze?
La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz.
Bellissimo: uno di quei racconti di polvere e chilometri che ti mettono addosso odore di gomma, di olio, di carbolineum. Di storie, curiose alcune, crude altre, tenere talaltre, che ti tiene incollato alle pagine. Nomi noti ed anche posti noti, quando parla delle nostre Alpi, luoghi fantastici e spaccati di storia del nostro paese, che ti fan venir voglia di partire immediatamente.

L'Appennino poi, a me pressoché totalmente sconosciuto, m'ha affascinato e rapito.

Bellissimo, fantastico.. l'ho già detto?
Par di sì.

Il racconto inizia dalle Alpi Dinariche, svelando subito l'ignoranza geografica pelosa, dell'italiano a scolarizzazione classica (il perché cercatelo sul libro).
Ce le avevo giusto davanti, ce le avevo giuste sotto: ci avevo piantato i picchetti. Cosa voler di più?
Raccomandatissimo a tutti coloro che viaggiano, o sognano di farlo, o amano leggere di viaggi, o amano Paolo Rumiz.

Altri libri letti.

Lilith o l'aspetto inquietante del femminile di Jacques Bril - ECIG.

Tutta la parte mitologica è la solita citazione dei soliti Eliade, Levi-Strauss e Jung: niente di nuovo. La parte antropologica lascia in bocca la domanda "ben ma tutto qua? già si sapeva". La parte che si occupa di analizzare tutte le affinità europee ed arabe.. con qualche asserzione tirata, davvero, per i capelli (ed il resto son ovvietà). La sezione dedicata all'etimologia ti fa bramare qualche milligrammo di eparina... le evocazioni letterarie idem.
Insomma: non m'è affatto piaciuto.


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martedì, 26 giugno 2007
paolini e meneghello


(non potevo esimermi: ho adorato Libera nos a Malo, Piccoli maestri, Jura, Pomo pero e non ricordo quali altri abbia letto; mi dispiace.)


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mercoledì, 06 giugno 2007

Nell'86 divenni "obiettore televisivo". La tv la guardavo proprio poco anche prima, ultima cosa vista? "Quelli della notte" (ora negli archivi rai le puntate: clicca per vederle). Ne guardavo un pezzo, facendomi l'indispensabile caffè delle 23.00, quello che doveva tenermi sveglia fino alle 2.00.
Davo esami.

Dopo di che basta tv. Fino  alla primavera del '90, dove - essendomi rotta un braccio e una gamba ed essendo costretta a letto - gli amici mi comprarono un televisore di seconda mano, ma dotato di un telecomando enorme, e mi prestarono un videoregistrore. Un giorno sì ed uno no mi arrivavano quintali di cassette. Non avevo l'antenna sul tetto, pertanto la televisione si vedeva malissimo.
Finita la convalescenza e reso il registratore la televisione era ritornata una cosa inutile così diventò presto una cosa ingombrante. La vendetti.
Obiettore televisivo. Cerchi questa parola su internet e non esiste, non trovi nulla. Eppure di obiettori televisivi negli anni ottanta ve n'erano, conobbi più di una persona che non teneva televisori per scelta.

Dopo qualche anno me ne regalarono un'altra di piccina, in bianco e nero, sempre i soliti amici. Era un recupero di un trasloco. Aveva i rotelloni, una pulsantiera rumorosissima, aveva l'antenna rotta, ma era rossa, fatta "strana" un vero gioiello di design anni settanta.

Un pezzo da collezione come possono essere i Viem-Master della Sawyers (del quale parlavo domenica a Deborah senza riuscire nemmeno a descriverlo) o il Proiettore Festacolor (che aveva Desi). Ce l'ho ancora in cantina la tv rossa. Devo proprio fotografarla: merita!

Comunque manco quella la guardavo tanto: l'immagine era distorta, troppo luminosa, senza antenna poi, era penoso girare per casa in cerca di un po' di segnale. Nel '93 comprai il televisore che ho adesso: la mia prima ed unica televisione, persino vera, e un'antenna esterna. Un acquisto-regalo obbligato: mi si diedero dei soldi con quella che "era indecente che rimanessi senza televisione, una sorte di intenzionalità di palesare ignoranza". Accontentai.


La mia ignoranza televisiva era palese e tangibile, è vero. Continuavo a preferire di gran lunga la radio, come ora, e internet. Ed allora c'era Libero, che non era per niente Libero e al quale pagavi un discreto canone annuale, oltre agli scatti alla Telecom. Che tempi.


web cam puntata sullo studio U2 della sede di  Roma di Radio Rai 2


La mia ignoranza? Ancora adesso capita di parlare di trasmissioni a cavallo degli anni ottanta e novanta ed io non ricordo nomi né visi, nè occasioni.

Ho iniziato - in definitiva - a vedere la tv nel 2000, quando son venuta a vivere qui. Qui c'è l'antenna. Si vede malissimo Rai Tre, l'emittente che guardo, in definitiva, di più.
Eh beh pazienza. Si vive bene anche senza.

 



monoscopio



Perché guardare la televisione?

Ormai ha conquistato il mondo È una sorta di nuovo habitat che invade ogni spazio

di Grasso Aldo

 OSSESSIONI Un romanzo di Toussaint racconta in toni grotteschi il rapporto problematico fra modernità e piccolo schermo. E ripropone interrogativi inquietanti Perché guardare la televisione? Ormai ha conquistato il mondo «Lei la guarda molto la televisione? gli chiesi girandomi verso di lui. Lui si irrigidì immediatamente, incrociando le braccia sul petto in un gesto difensivo, e si affrettò ad assicurarmi di no. No, no; molto poco, disse, quasi mai, giusto un' opera ogni tanto, o qualche vecchi o film.

Ma li registro, aggiunse, li registro (come se il fatto di registrarli dovesse attenuare la colpa)». Tutti guardiamo la tv, raramente rifiutiamo di parlarne, ma non ci dispiace dissimulare un senso di pudore, generalizzato e colpevole, nell' ammettere che guardiamo la tv, anche se registrata, sottratta cioè al tempo imposto dalla tv. I romanzieri, poi, hanno faticato una vita per introdurre la tv nelle loro storie e quando l' hanno fatto è come se descrivessero una patologia, per giunta di malavoglia.

Tuttavia, mentre gli intellettuali impiegavano un tempo pletorico per accorgersi della sua esistenza, la tv, invece, rappresentandosi come unico terminale della vita, divorava tutto: scritture e problemi, falci e martelli, storie e storiacce, mode e modi. Una lenta opera di fagocitazione che si è manifestata nelle forme più svariate: saccheggio, satira, spoliazione, prestito, razzia: «È stato quando ho capito questo - ha ammesso Italo Calvino - che ho cominciato a brandire il telecomando non più verso il video, ma fuori della finestra, sulla città...». Adesso la tv è diventata così ingombrante - un problema, se anche un filosofo come Karl Popper se n' è occupato - da sollecitare soluzioni drastiche.

Come liberarsene? È possibile liberarsene?

Ecco due belle suppliche cui tenta di dare seguito il romanzo di Jean-Philippe Toussaint, che si chiama, appunto, La televisione.

Un professore universitario, trovandosi da solo un' estate a Berlino, si convince che non riuscirà mai a scrivere un saggio sul pittore Tiziano Vecellio (in sigla TV) se prima non si sarà sbarazzato di quel cordone ombelicale che lo tiene saldamente unito alla tv. Non che la guardi molto (il Tour de France, sì), ma decide di ignorarla del tutto e consacrarsi ai suoi studi: «Seduto sul divano del salotto davanti al televisore spento, guardavo lo schermo di fronte a me e mi chiedevo cosa potesse esserci ora alla televisione. Infatti, una delle caratteristiche della televisione, quando non la guardi , è quella di farti credere che se l' accendi potrebbe succedere qualcosa di più intenso e inatteso di quello che di solito ti succede nella vita».

Ma non succede mai niente in tv, non c' è tragedia universale che ci renda partecipi più di quanto ci coinvolga uno scampolo della nostra vita personale. L' attrazione televisiva sfrutta semplicemente, dopo un pretestuoso abboccamento iniziale, gli attimi di smarrimento e di solitudine degli spettatori. È un niente che ci inghiotte. Per questo, la tv ha dato un esito fantasmagorico alla tragedia del nostro tempo, che è la perdita del senso. L' indistinzione diventa il suo unico carattere: sempre lo stesso mare inquieto, senza ragione e senza riposo, baluginante flusso perpetuo, rilucente superfi cie: «Gli artisti, se rappresentano la realtà nelle loro opere, lo fanno allo scopo di abbracciare il mondo e di coglierne l' essenza, mentre la televisione, se la rappresenta, lo fa per disattenzione, si può dire, per semplice

determinismo tecnico, per incontinenza». Vivere senza tv diventa per il professore un assillo. Ci prova in tutte le maniere: blandendola, ignorandola, riflettendoci sopra. Niente da fare. Spento il video, il professore si accorge che il lavoro non procede, la quotidianità non perde il ridicolo, il suo sguardo rimane allucinato. Si accorge soprattutto che la tv è una sorta di nuovo habitat che determina non pochi dei nostri rapporti sociali e simbolici; da tempo guardiamo la realtà con occhio televisivo, persino la grande pittura di Tiziano.

Ma c' è di più: ormai c' è più tv nella vita di tutti i giorni che dentro lo schermo, la realtà si è tranquillamente assoggettata alle regole del video. Morale: da quando il professore smette di guardare la tv capisce quanto essa sia insignificante rispetto a quel grandioso programma televisivo che è la realtà. Toussaint racconta questa scoperta con una scrittura educata al grottesco e con un rigore da entomologo.



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lunedì, 21 maggio 2007

Narrazione per una mano sola

Il pretesto
     

Il sole, la temperatura ideale e la voglia di fare un giro dopo tanti giorni di clausura a casa, sentendomi un po' più sicura.


L'idea
Collana: Itinerari
Titolo: Corto Sconto
          itinerari fantastici e nascosti di Corto Maltese a Venezia
Autori: Fuga-Pratt-Vianello
Serie: guide
Formato: 224 pag., più di 500 disegni, 8 cartine e indirizzi utili. Cm. 12.5x22.5, brossura a filo refe, stampa a due colori.
Codice ISBN: 88-86456-39-5

Sette itinerari pieni di disegni, di fantasia e di consigli pratici attraverso capolavori da scoprire, cortili e pietre ricche di storia, fiabe e leggende da conoscere, ma anche osterie, ristorante e posti “giusti” per bere, mangiare o, semplicemente, gustare l’atmosfera o lo stato d’animo in una Venezia appartata, magica, “nascosta”. La Venezia di Corto Maltese. C'è anche la versione in inglese. In libreria ora l'ottava edizione

Sul genere segnalo dei veri capolavori di fotografia e di scelta grafica: i libri di Alberto Toso Fei (o almeno una visita al sito: merita)

Partenza

Alzata, preparazione del pranzo e degli spuntini, zainetto e borsa, macchine fotografiche, cartine e libro e via senza colazione. Una partenza rocambolesca, con un treno preso al volo.

Abbiamo fatto bene a tentarci comunque: arrivare a Venezia alle 8 di mattina ci ha rinnovato il fascino per questa città che io non ricordavo da anni. L'aria era ancora fresca, il sole tiepido e con una bella angolatura per le foto, ed un buon odore di salsedine nell'aria, destinato a scomparire soltanto dopo una mezz'ora, coperto dai miasmi dei diesel dei traghetti e dei vaporetti.

E così gli occhi ancora assonnati si son sgranati subito, mentre il treno si avvicinava dando scossosi ad ogni scambio, in stazione.

Dai finestrini del nostro interregionale si vedevano sfilare delle carrozze blu dalle elegantissime scritte in ottone lucidissimo, decori art nouveau, paralumi rosa antico e rose, orchidee e fiori vari ad ogni vasetto, interni di legno, curiosi personaggi dai bottoni luccicanti.

Il Venise Simplon Orient Express!

E chi l'aveva visto mai un Orient Express? Ho tirato Andrea per la maglia e siamo andati a vederlo un po' più da vicino.

Il personale che ci vedeva girellare con gli occhi sgranati dall'altra parte del binario, chiuso con tanto di cordone rosso, rubacchiando qualche foto, ci sorrideva tollerante.

- E dai che andiamo!

Venezia che si sveglia fra il borbottio inconfondibile del diesel dei vaporetti, il rumore assordante del freno motore, i botti, il vibrare dei vetri, le urla, gli “atenxion, atenxion” lo sferragliare dei birocci tirati su e giù per i ponti, i sacchi della spazzatura trascinati sul selciato levigato, i cagnetti in ronda festosa, in giro a trovare gli amici, i gatti addormentati sopra i pozzi chiusi, la siora Maria che ti tira una secchiata d'acqua sui piedi, non aspettano.


 

Dorsoduro
     

Abbiamo acquistato un day pass e ci siamo messi subito in vaporetto verso l'Accademia delle Belle Arti: destinazione Dorsoduro.

Andrea voleva fare un giro che non fosse il solito giro ed io, fra le varie pensate (ho tempo in questi giorni), avevo selezionato due proposte possibili: Cannaregio, che già conoscevamo, ci era piaciuto tantissimo e che sarebbe stato carino rivedere, dato che vi avevamo passato due bellissime giornate (grazie ancora a Marisa e al suo prestito inaspettato: un mazzo di chiavi); o qualcosa di sconosciuto ad entrambi. Abbiamo optato per la seconda.

Siamo andati subito verso Ca' Dario (residenza che fu di Henri De Regner e tristemente famosa poiché tutti gli ultimi proprietari son finiti gran male, come ci ha raccontato Elena tempo fa, durante un tour improvvisato per la Venezia dei misteri: un pomeriggio davvero appassionante e che mi ha intrigato) e poi verso la Madonna della Salute.

Meriterebbe sapere qualcosa di più rispetto ai quattro cenni degli studi planimetrici e numerologici di Goebel-Shilling che si trovano in giro o i brevi cenni sul simbolismo usato da Baldassare Longhena, ma per oggi, niente misticismo alla Rennes-le-Château (e maledetto Dan Brown che l'ha mandato in inflazione!), si va a spasso: ho i Teva nuovi e devo provare la suola anti shock.

Così lasciamo il mistero rosacrociano dell' Unde Origo Indi Salus  e la vista sulla Casa di Desdemona (sì, quella uccisa da Otello) e raggiungiamo la Fondamenta delle Zattere (La Pala d'Oro è in restauro) per poi girellare, incrociando la Fondamenta Ca' Balà (non “suona come” è proprio “Cabala”) per andare poi a cercare la casa di Ezra Pound, pletore bizantine, perderci per i campielli nella zona degli Incurabili (e sperare che non ci acchiappino) e per decidere poi se raggiungere Campo S. Barnaba (che c'è a San Barnaba? Ma niente, mi incuriosiva vedere il campo nel quale è stata girata una delle scene dell' " Indiana Jones e l'ultima crociata"  dove Jones esce fuori da un tombino difronte a questa chiesa: ecco volevo vedere se c'era proprio quel tombino, che secondo me non c'è) o girare a destra, far un ponticello e arrivare alla Peggy Guggenheim Collection 

- Son le dieci, lo aprono ora!

Si opta senza dubbi nè indugi di lasciare un ingiallito Indiana Jones per Kandinsky , Klee, De Chirico, Dalì, Mirò... ma soprattutto per Magritte!

Davanti a L'Impero della Luce  ci devo essere rimasta davanti dieci minuti ed Andrea ha dovuto distrarmi con qualcos'altro per portarmi via.

Bellissimo, rilassante e nel contempo, vivo ed entusiasmante.
Fantastica: la collezione Guggenheim è imperdibile. La casa di Peggy, il giardino, sono bellissimi e va goduto davvero tutto, con calma.

Giudecca

- Che si fa adesso? E' quasi mezzogiorno.

Decidiamo di prendere l'82 ed andare alla Giudecca. Andiamo subito a vedere il Mulino Stuky ma passando davanti all' Harry’sDolci. (il fratello minore del più noto Harry’s Bar), ci viene una fame per il profumo imperante di crema pasticciera e burro e zucchero che ci invade.. e ci rincorre!

Non ci molla!

Il neo-gotico Mulino Stuky (che fa tanto Westminster Abby), secondo la mia guida (di 10 anni fa) avrebbe dovuto essere chiuso, in disarmo ed in disuso ed invece... ed invece, dopo essere stati allontanati graziosamente da una guardia dall'entrata e approfittando del fatto che nella guardiola all'ingresso dell'attracco - illuminato anche a mezzogiorno - l'altra guardia parlasse al cellulare con qualcuno per spiegare qualcosa da fare con un mouse – “e cliccaghe su ades” - sgattaioliamo a fianco all'enorme costruzione per curiosare dentro alle porte aperte.

Il Mulino Stuky, lo scoprirò poi stamattina, sta per diventare un Hilton con 380 camere su 8 piani con terrazza, suite e diplomatic suite sale da the, centro fitness, saune, idromassaggi, solarium, beautyfarm... esagerati!

Per non trovarci a dover ripassare sotto il naso della guardia, finiremo per infilarci sotto le reti di recinzione dei lavori in corso. Ed ora eccoci qui, all'interno della Spina Longa, costituita da otto isole minori, dove visse anche Cagliostro, ma che ospitò anche Mitterand. L'isola dei giardini e degli orti botanici settecenteschi.

Simo qui a percorrere le Fondamente delle Convertite (dapprima centro di raccolta e recupero di ex prostitute, ora carcere femminile), fra scheletri di architettura industriale abbandonata ed in parte crollata, con paranchi, argani, catene e gru che sbucano oltre i tetti dei capannoni, incrociando campi in terra battuta, praticelli incolti, slarghi alberati, biancheria stessa e lenzuola che ondeggiano al vento, con lo stesso ritmo dello sciabordio dell'acqua.

Un ritmo calmo, il ritmo di un respiro rilassato. E' tutto tranquillo e silenzioso qui, ovattato, discreto. Il silenzio ed i pochi incontri, non incutono affatto il senso di inquietudine e di sospensione che possono provocare altri luoghi, lasciando a quest'ultimi un aspetto di spettrale abbandono, anzi: questa pacatezza e rilassatezza sono perfetti. Vi sono bimbi che giocano, persone che lavorano, ma tutto è silenzioso.

Per un attimo mi ha ricordato l'aria rarefatta di Taquile e il suo silenzio.

Prendiamo la Calle Longa assaporando la quiete che ci accompagna. E subito adocchiamo quattro alberi grandi, grandi.

Un bella panchina al fresco, vicino ad una fontanella, due bimbi sulla altalena saranno il contesto pacifico nel quale pranzeremo.

- Che benessere e che pace... Che pace paciosa...
- Che abbiocco mi sta venendo, però.
- Andiamo a farci un caffè?
- Dove?

Si va alla Mensa delle Officine Meccaniche Navali: tanto non non c'è altro posto.

Il gestore, panciuto e sonnacchioso, è persino dispiaciuto quando, dopo un po', ci alziamo da sotto il pergolino per andare via.

Ciondolanti e rilassati, per nulla svegliati dal caffettino,  giriamo senza meta passando di sorpresa in sorpresa.

Le costruzioni nuovissime della parte ristrutturata: bellissime e veramente di gusto; una cassetta delle lettere piantata su un pontile: la “casa” è un vecchio vaporetto ridipinto, pieno di fiori e coloratissimo dove dietro, una ragazza è china su un libro, parecchio assorta.

Ristrutturazioni di vecchi opifici trasformati in unità abitative, eseguiti con grazia, un ristorante con terrazza verdissima sull'acqua, alberghi di lusso insospettabili, facciate di palazzi bellissimi, una coppia di germani che dorme vicino ad una fontanella d'acqua, una Barbie abbandonata fra gli stecchi di un vaso mal decorato che una volta conteneva forse una pianta destinata a coprire la fila dei cassonetti delle immondizie, ma ora, come le sue compagna sulle Fondamenta, inesorabilmente secca. Una selva di stecchi rivolti in su ed una Barbie dai capelli di stoppa. Un' immagine inquietante. Un dispetto? Una vendetta?

La Chiesa del Redentore apre più tardi? Andiamo alla chiesa delle Zitelle? Chiusa anche questa?


San Giorgio

Prendiamo il vaporetto ed andiamo a veder l'ultima risorsa Palladiana possibile: la chiesa di San Giorgio, nell'isola dei cipressi.

Io i cipressi li ho visti, ho corso per tutto il giardino, ho visto anche il Teatro Verde. Ma erano altri anni, altre occasioni. Adesso non c'è più il convento che aveva un dormitorio incredibilmente lungo, c'è la Fondazione Giorgio Cini Onlus e tutto è chiuso e se non è chiuso è a pagamento e se non è a pagamento, tanto non si può entrare e basta, privato, solo per agli addetti ai lavori, via, sciò!

Sarebbe stato carino andare sul campanile ma la fila delle persone ci lascia un po' perplessi, e decidiamo che, dato che i miei sandali nuovi han deciso di farmi le vesciche di rito, possiamo anche prendercela comoda e rientrare.

Già il vaporetto stra-pieno avrebbe dovuto prepararci all'impatto, ma non c'è riuscito, imbambolati di sole e di pace com'eravamo.

San Zaccaria – San Marco

All'imbarco per la direzione opposta, in attesa di salire, ci saranno state cento persone. A momenti ci perdiamo di vista. Ci ritroviamo 30 metri più in là, sotto la statua dell'”impiracolombi” (il Vittorio Emanuele II) frastornati e preoccupati. Ma dove siamo finiti? Un girone infernale?

Pare si sia Venezia.
Per rimpiangere il ritmo quieto della Giudecca saran sufficienti tre secondi.

Riusciamo a uscire dallo spingi, spingi dopo aver tagliato su per San Zaccaria per evitare San Marco, per ritrovarci dopo poco in zona Rialto con la stessa calca.

Andiamo per Cannaregio e dopo aver comprato due cose alla Lush tagliamo per il Ghetto, troppa gente, troppa.

Io avrei tutta l'intenzione di trovare una libreria, ma dopo due chiacchiere con un signore decidiamo di tornare sui nostri passi perché veramente troppo lontana, e, attraversato il Ponte dei Tre Archi, ci buttiamo sfiniti ad aspettare un qualsiasi vaporetto transitante in canale dalle isole, che ci porti in stazione.

Ci accalchiamo nel 41 ed arriviamo in stazione.


Seconda corsa, (la botta di grazia per le mie vesciche) , e siamo su un nuovissimo interregionale che prendiamo al volo.
Abbiamo esaurito tutte le energie per oggi. Ed anche per domani.


 


 

Tutte le foto di questo articolo sono di Francesca



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giovedì, 05 aprile 2007
Se provare a farvi un giro nei miei referrers troverete che questo mio articolo che parla di additivi chimici alimentari è in assoluto il più visitato e raggiunto tramite i motori di ricerca.

Mi fa piacere che ci sia gente che cerca di informarsi il più possibile sulle porcherie che ci propinano.
Sperando che i cercatori di additivi chimici alimentari riescano a trovare in web ciò che stan cercando, rimando ad altri post che possono interessare e lascio un libretto, davvero illuminante.



Interessantissimo libretto, ora scaricabile in pdf "Quattro Sberle in padella" (clicca sul libro e scaricalo) che consiglio veramente di leggere.

Questo libro, uscito nel 2000 e rintracciabile solo nei circuiti di stampa alternativa, purtroppo (ma non è una sorpresa per nessuno) è scritto e curato da Stefano Carnazzi e da Stefano Apuzzo. Si parla di acqua, additivi, allergie, carni, cioccolato, dolcificanti, dadi per brodo, hamburger, latte e latticini, olio, pesce, salumi, uova, vino... e di tutte le porcherie chimiche che ci ingurgitiamo allegramente. Eppoi di etichette, igiene, manipolazione genetica, prodotti biologici, prodotti tipici, radiazioni. Si conclude con "un pugno di additivi" ovvero l'elenco degli additivi alimentari, con tanto di diversi giudizi che vari enti di ricerca hanno dato al medesimo additivo.

State prima a scaricarvelo e a sfogliarlo che io a descriverlo.



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giovedì, 29 marzo 2007
gita

Il Poema sacro è uno dei capitoli della Mahabharata, e ci riporta l'insegnamento, il Vangelo di Sri Krishna. È stato composto 300 anni circa avanti la nascita di Cristo; tuttavia, gli avvenimenti storici con i quali si confronta si situano in epoca più antica; la grande guerra descritta dalla Bhagavad Gita avvenne in una data che la critica moderna fissa a 1.000 anni prima di Cristo.


Il re cieco Dhritarashtra (la mente cieca) disse o chiese a Sanjaya (l'introspezione imparziale):

1. "Che cosa fecero i miei figli, le cattive, seducenti tendenze mentali e dei sensi, opposti alle pure tendenze mentali discriminative, radunatisi sulla sacra pianura del campo di battaglia della Vita (dharmakshetra) desiderosi di darsi battaglia psicologica e morale".



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lunedì, 26 febbraio 2007
Ultima IndiaSandra Petrignani

Sandra Petrignani
Ultima India

Neri Pozza -  Anno 2006

Sorridono gli indiani, sempre. E con i loro sorrisi tengono la realtà a distanza, tengono gli dei per sé

L'ho finito di leggere ora. Non mi ha rapito, non mi ha istigato, intrigato, non mi ha portato altrove, ma mi ha fatto venir voglia di leggere altro, come il Yeravda mandir di Ghandi o altrimenti, anche gli scritti di Jiddu Krishnamurti, che mi avran proposto non so quante volte alle superiori le "amiche vere", le amiche che ritrovavi ai cortei ai quali ti portavano le sorelle più grandi delle tue amiche,le amiche-amiche e  non le sventurate compagne delle sgangherate corriere della Giordani che ci portavano a Sacile, o anche Moravia, sì.

Ancora una volta, ancora un altro libro, mi fa accarezzare la Blavatsky, ma no, lo so, non son pronta proprio: è roba per Jala (secondo me Jala é la buona Helena Petrovna!)

Che salvo del libro? Le citazioni ed alcune atmosfere, ma così fugaci, episodiche che ti lasciano insoddisfatto. Ma che l'autrice abbia calcolato questo sentimento di sospensione?

Una citazione da ricordare

[...]la vita dell'uomo è un'addizione, qualla di dio una sottrazione. L'essere umano che vuole avvicinarsi alla parte divina di se stesso e dell'universo deve procedere per eliminazioni.


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domenica, 14 gennaio 2007

cloudspotting

Dall'introduzione

"Ho sempre amato contemplare le nuvole. Niente in natura può competere con la loro mutevolezza e la loro scenografica teatralità. Niente possiede la stessa bellezza effimera e sublime.
Se certi meravigliosi tramonti dietro una cortina di altocumuli dovessero dispiegarsi in cielo solo una volta ogni venticinque anni, entrerebbero senza dubbio a far parte delle leggende di tutti i tempi. Eppure, la maggior parte della gente sembra accorgersi appena delle nubi, quando non le considera addirittura un difetto che compromette la perfezione di un giorno d’estate, o una scusa per sentirsi giù di morale e «rannuvolarsi». Non c’è nulla di più deprimente, a quanto pare, del «vedere solo nubi all’orizzonte». Alcuni anni fa decisi che bisognava porre fine a questa deplorevole situazione. Le nuvole meritavano una sorte migliore e non andavano più considerate mere metafore di sventura. Qualcuno doveva intervenire in loro difesa."

gagliardetto nuvoleAl rientro della vacanze ho cercato il libro di Richard Hamblyn "L'invenzione delle nuvole" senza trovarlo, dopo che avevo preso fitti appunti da un Portolano del Kvarner  imprestatomi e che s'è rivelato utilissimo per accorgersi, con quella velocità reattiva che possono avere solo dei neofiti della meteorologia in mare, che qualcosa non stesse esattamente girando per il verso giusto.

Beh, ma a parte questo, ieri questo libro di Pretor-Pinney era lì, sul tavolino vicino alla cassa di una libreria di Udine nella quale non vi ero più entrata da quando ad Udine ci studiavo. (imperfetto + trapassato o il contrario? il contrario, son quasi sicura).

Era semplicemente lì e la velocità di prenderlo e metterlo in cassa è stata la stessa con la quale il sabato si prendono le tre confezioni di yogurt per le colazioni della settimana dopo.

Ne ho letto 20 pagine e ne son rapita.

TO HEAR THE CLOUD HARP...

The Cloud Harp is not currently playing, but you can hear an exerpt from the 2004 presentations by clicking on the link below. This gives only a small idea of what tghe Harp can play, since it can produce an incredible variety of sounds, from rumbling ones to very delicate sequences, from almost classical to the most drastically experimental music, depending on the software that is used and on the "cloudist" who orchestrates the clouds.

This six-minutes exerpt illustrates the change between two different cloudscapes. On the beginning, a very high layer of rather thin clouds trigger long sine waves with a smooth envelope. Towards the middle, a lower cloud layer arrives ; the sounds change, they become much shorter and the music accelerates : the tempo is correlated with the cloud height, as well as the range of samples that are played. The sounds of this second half are processed human voices samples.

Note : regular computer sepakers are unable to properly render these sounds. They should be played on a good quality sound system.



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Francesca ha scritto questo per la categoria: Intus et in cute

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sabato, 30 dicembre 2006
Il gioco funziona così:


Prendere il libro più vicino.
Sfogliare sino a pagina 123.
Riportare nei commenti le prime tre frasi

Pronti? vediamo un po'...


Di che umore sono oggi?  
Francesca ha scritto questo per la categoria: Inter pocula

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