Il sole, la temperatura ideale e la voglia di fare un giro dopo tanti giorni di clausura a casa, sentendomi un po' più sicura.
Alzata, preparazione del pranzo e degli spuntini, zainetto e borsa, macchine fotografiche, cartine e libro e via senza colazione. Una partenza rocambolesca, con un treno preso al volo.
Abbiamo fatto bene a tentarci comunque: arrivare a Venezia alle 8 di mattina ci ha rinnovato il fascino per questa città che io non ricordavo da anni. L'aria era ancora fresca, il sole tiepido e con una bella angolatura per le foto, ed un buon odore di salsedine nell'aria, destinato a scomparire soltanto dopo una mezz'ora, coperto dai miasmi dei diesel dei traghetti e dei vaporetti.
E così gli occhi ancora assonnati si son sgranati subito, mentre il treno si avvicinava dando scossosi ad ogni scambio, in stazione.
Dai finestrini del nostro interregionale si vedevano sfilare delle carrozze blu dalle elegantissime scritte in ottone lucidissimo, decori art nouveau, paralumi rosa antico e rose, orchidee e fiori vari ad ogni vasetto, interni di legno, curiosi personaggi dai bottoni luccicanti.
Il Venise Simplon Orient Express!
E chi l'aveva visto mai un Orient Express? Ho tirato Andrea per la maglia e siamo andati a vederlo un po' più da vicino.
Il personale che ci vedeva girellare con gli occhi sgranati dall'altra parte del binario, chiuso con tanto di cordone rosso, rubacchiando qualche foto, ci sorrideva tollerante.
Venezia che si sveglia fra il borbottio inconfondibile del diesel dei vaporetti, il rumore assordante del freno motore, i botti, il vibrare dei vetri, le urla, gli “atenxion, atenxion” lo sferragliare dei birocci tirati su e giù per i ponti, i sacchi della spazzatura trascinati sul selciato levigato, i cagnetti in ronda festosa, in giro a trovare gli amici, i gatti addormentati sopra i pozzi chiusi, la siora Maria che ti tira una secchiata d'acqua sui piedi, non aspettano.
Dorsoduro
Abbiamo acquistato un day pass e ci siamo messi subito in vaporetto verso l'Accademia delle Belle Arti: destinazione Dorsoduro.
Andrea voleva fare un giro che non fosse il solito giro ed io, fra le varie pensate (ho tempo in questi giorni), avevo selezionato due proposte possibili: Cannaregio, che già conoscevamo, ci era piaciuto tantissimo e che sarebbe stato carino rivedere, dato che vi avevamo passato due bellissime giornate (grazie ancora a Marisa e al suo prestito inaspettato: un mazzo di chiavi); o qualcosa di sconosciuto ad entrambi. Abbiamo optato per la seconda.
Siamo andati subito verso Ca' Dario (residenza che fu di Henri De Regner e tristemente famosa poiché tutti gli ultimi proprietari son finiti gran male, come ci ha raccontato Elena tempo fa, durante un tour improvvisato per la Venezia dei misteri: un pomeriggio davvero appassionante e che mi ha intrigato) e poi verso la Madonna della Salute.
Meriterebbe sapere qualcosa di più rispetto ai quattro cenni degli studi planimetrici e numerologici di Goebel-Shilling che si trovano in giro o i brevi cenni sul simbolismo usato da Baldassare Longhena, ma per oggi, niente misticismo alla Rennes-le-Château (e maledetto Dan Brown che l'ha mandato in inflazione!), si va a spasso: ho i Teva nuovi e devo provare la suola anti shock.
Così lasciamo il mistero rosacrociano dell' Unde Origo Indi Salus e la vista sulla Casa di Desdemona (sì, quella uccisa da Otello) e raggiungiamo la Fondamenta delle Zattere (La Pala d'Oro è in restauro) per poi girellare, incrociando la Fondamenta Ca' Balà (non “suona come” è proprio “Cabala”) per andare poi a cercare la casa di Ezra Pound, pletore bizantine, perderci per i campielli nella zona degli Incurabili (e sperare che non ci acchiappino) e per decidere poi se raggiungere Campo S. Barnaba (che c'è a San Barnaba? Ma niente, mi incuriosiva vedere il campo nel quale è stata girata una delle scene dell' " Indiana Jones e l'ultima crociata" dove Jones esce fuori da un tombino difronte a questa chiesa: ecco volevo vedere se c'era proprio quel tombino, che secondo me non c'è) o girare a destra, far un ponticello e arrivare alla Peggy Guggenheim Collection
- Son le dieci, lo aprono ora!
Si opta senza dubbi nè indugi di lasciare un ingiallito Indiana Jones per Kandinsky , Klee, De Chirico, Dalì, Mirò... ma soprattutto per Magritte! 
Davanti a L'Impero della Luce ci devo essere rimasta davanti dieci minuti ed Andrea ha dovuto distrarmi con qualcos'altro per portarmi via.
Bellissimo, rilassante e nel contempo, vivo ed entusiasmante.
Fantastica: la collezione Guggenheim è imperdibile. La casa di Peggy, il giardino, sono bellissimi e va goduto davvero tutto, con calma.
Giudecca
- Che si fa adesso? E' quasi mezzogiorno.
Decidiamo di prendere l'82 ed andare alla Giudecca. Andiamo subito a vedere il Mulino Stuky ma passando davanti all' Harry’sDolci. (il fratello minore del più noto Harry’s Bar), ci viene una fame per il profumo imperante di crema pasticciera e burro e zucchero che ci invade.. e ci rincorre! 
Non ci molla!
Il neo-gotico Mulino Stuky (che fa tanto Westminster Abby), secondo la mia guida (di 10 anni fa) avrebbe dovuto essere chiuso, in disarmo ed in disuso ed invece... ed invece, dopo essere stati allontanati graziosamente da una guardia dall'entrata e approfittando del fatto che nella guardiola all'ingresso dell'attracco - illuminato anche a mezzogiorno - l'altra guardia parlasse al cellulare con qualcuno per spiegare qualcosa da fare con un mouse – “e cliccaghe su ades” - sgattaioliamo a fianco all'enorme costruzione per curiosare dentro alle porte aperte.
Il Mulino Stuky, lo scoprirò poi stamattina, sta per diventare un Hilton con 380 camere su 8 piani con terrazza, suite e diplomatic suite sale da the, centro fitness, saune, idromassaggi, solarium, beautyfarm... esagerati! 
Per non trovarci a dover ripassare sotto il naso della guardia, finiremo per infilarci sotto le reti di recinzione dei lavori in corso. Ed ora eccoci qui, all'interno della Spina Longa, costituita da otto isole minori, dove visse anche Cagliostro, ma che ospitò anche Mitterand. L'isola dei giardini e degli orti botanici settecenteschi.
Simo qui a percorrere le Fondamente delle Convertite (dapprima centro di raccolta e recupero di ex prostitute, ora carcere femminile), fra scheletri di architettura industriale abbandonata ed in parte crollata, con paranchi, argani, catene e gru che sbucano oltre i tetti dei capannoni, incrociando campi in terra battuta, praticelli incolti, slarghi alberati, biancheria stessa e lenzuola che ondeggiano al vento, con lo stesso ritmo dello sciabordio dell'acqua.
Un ritmo calmo, il ritmo di un respiro rilassato. E' tutto tranquillo e silenzioso qui, ovattato, discreto. Il silenzio ed i pochi incontri, non incutono affatto il senso di inquietudine e di sospensione che possono provocare altri luoghi, lasciando a quest'ultimi un aspetto di spettrale abbandono, anzi: questa pacatezza e rilassatezza sono perfetti. Vi sono bimbi che giocano, persone che lavorano, ma tutto è silenzioso.
Per un attimo mi ha ricordato l'aria rarefatta di Taquile e il suo silenzio.
Prendiamo la Calle Longa assaporando la quiete che ci accompagna. E subito adocchiamo quattro alberi grandi, grandi.
Un bella panchina al fresco, vicino ad una fontanella, due bimbi sulla altalena saranno il contesto pacifico nel quale pranzeremo.
- Che benessere e che pace... Che pace paciosa...
- Che abbiocco mi sta venendo, però.
- Andiamo a farci un caffè?
- Dove?
Si va alla Mensa delle Officine Meccaniche Navali: tanto non non c'è altro posto.
Il gestore, panciuto e sonnacchioso, è persino dispiaciuto quando, dopo un po', ci alziamo da sotto il pergolino per andare via.
Ciondolanti e rilassati, per nulla svegliati dal caffettino, giriamo senza meta passando di sorpresa in sorpresa.
Le costruzioni nuovissime della parte ristrutturata: bellissime e veramente di gusto; una cassetta delle lettere piantata su un pontile: la “casa” è un vecchio vaporetto ridipinto, pieno di fiori e coloratissimo dove dietro, una ragazza è china su un libro, parecchio assorta.
Ristrutturazioni di vecchi opifici trasformati in unità abitative, eseguiti con grazia, un ristorante con terrazza verdissima sull'acqua, alberghi di lusso insospettabili, facciate di palazzi bellissimi, una coppia di germani che dorme vicino ad una fontanella d'acqua, una Barbie abbandonata fra gli stecchi di un vaso mal decorato che una volta conteneva forse una pianta destinata a coprire la fila dei cassonetti delle immondizie, ma ora, come le sue compagna sulle Fondamenta, inesorabilmente secca. Una selva di stecchi rivolti in su ed una Barbie dai capelli di stoppa. Un' immagine inquietante. Un dispetto? Una vendetta?
La Chiesa del Redentore apre più tardi? Andiamo alla chiesa delle Zitelle? Chiusa anche questa?
San Giorgio
Prendiamo il vaporetto ed andiamo a veder l'ultima risorsa Palladiana possibile: la chiesa di San Giorgio, nell'isola dei cipressi.
Io i cipressi li ho visti, ho corso per tutto il giardino, ho visto anche il Teatro Verde. Ma erano altri anni, altre occasioni. Adesso non c'è più il convento che aveva un dormitorio incredibilmente lungo, c'è la Fondazione Giorgio Cini Onlus e tutto è chiuso e se non è chiuso è a pagamento e se non è a pagamento, tanto non si può entrare e basta, privato, solo per agli addetti ai lavori, via, sciò!
Sarebbe stato carino andare sul campanile ma la fila delle persone ci lascia un po' perplessi, e decidiamo che, dato che i miei sandali nuovi han deciso di farmi le vesciche di rito, possiamo anche prendercela comoda e rientrare.
Già il vaporetto stra-pieno avrebbe dovuto prepararci all'impatto, ma non c'è riuscito, imbambolati di sole e di pace com'eravamo.
San Zaccaria – San Marco
All'imbarco per la direzione opposta, in attesa di salire, ci saranno state cento persone. A momenti ci perdiamo di vista. Ci ritroviamo 30 metri più in là, sotto la statua dell'”impiracolombi” (il Vittorio Emanuele II) frastornati e preoccupati. Ma dove siamo finiti? Un girone infernale?
Pare si sia Venezia.
Per rimpiangere il ritmo quieto della Giudecca saran sufficienti tre secondi.
Riusciamo a uscire dallo spingi, spingi dopo aver tagliato su per San Zaccaria per evitare San Marco, per ritrovarci dopo poco in zona Rialto con la stessa calca.
Andiamo per Cannaregio e dopo aver comprato due cose alla Lush tagliamo per il Ghetto, troppa gente, troppa.
Io avrei tutta l'intenzione di trovare una libreria, ma dopo due chiacchiere con un signore decidiamo di tornare sui nostri passi perché veramente troppo lontana, e, attraversato il Ponte dei Tre Archi, ci buttiamo sfiniti ad aspettare un qualsiasi vaporetto transitante in canale dalle isole, che ci porti in stazione.
Ci accalchiamo nel 41 ed arriviamo in stazione.
Seconda corsa, (la botta di grazia per le mie vesciche) , e siamo su un nuovissimo interregionale che prendiamo al volo.
Abbiamo esaurito tutte le energie per oggi. Ed anche per domani. 
Tutte le foto di questo articolo sono di Francesca